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Fuori dagli sche(r)mi l’immagine di sé e degli altri nel cinema

Fuori dagli sche(r)mi l’immagine di sé e degli altri nel cinema

Sala Pastrone

03/04/18 – 24/04/18

“Desidero la terra che non c’è, perché tutto ciò che c’è sono stanca di desiderarlo”

Fuori dagli sche(r)mi. Ovvero, lontano dalle regole sociali precostituite, alla ricerca, invece, di un proprio, personale posto nel mondo. Ma anche lontano da un’idea di cinema predefinta, costruita “a tavolino” per compiacere il pubblico, contraddetta, invece, per guardare più in profondità, nelle pieghe più sottili dell’animo umano. Sono queste le premesse di Fuori dagli sche(r)mi. L’immagine di sé e degli altri nel cinema, la rassegna nata dalla volontà di due professioniste della salute mentale (Martina Gerbi, psicologa psicoterapeuta, ed Elisa Demma, psicologa specializzanda in psicoterapia). Quattro i titoli in cartellone, Ricomincio da noi, Sami Blood, Fortunata, Hannah, provenienti dal più qualificato circuito festivaliero internazionale (Mostra di Venezia, Festival di Cannes, Tff). Quattro film che affrontano le dinamiche intrapsichiche, le relazioni interpersonali, i viaggi di scoperta di sé e dell’altro e temi di attualità sociale, offrendo preziosi spunti di riflessione che potranno essere condivisi attraverso un dibattito, condotto dalle due psicologhe, che seguirà le proiezioni, con l’obiettivo di condividere i vissuti emotivi e i pensieri emersi nel corso della visione.

Martedì 03/04/18
RICOMINCIO DA NOI di Richard Loncraine

Martedì 10/04/18
SAMI BLOOD di Amanda Kernell

Martedì 17/04/18
FORTUNATA di Sergio Castellitto

Martedì 24/04/18
HANNAH di Andrea Pallaoro

Le proiezioni avranno luogo presso SALA PASTRONE (via al Teatro 2) ogni martedì nei giorni indicati alle ore 17,30 e 21,15

Ingresso singolo: € 5,00
Ingresso singolo soci Vertigo: € 3,50

 

In collaborazione con: Hasta Viaggi; Lab Travel Group; ANCCI – Associazione Nazionale Circoli Cinematografici Italiani

RICOMINCIO DA NOI (Finding your feet)

Fuori dagli Sche(r)mi
Sala Pastrone
Martedì 03/04/18

Regia: Richard Loncraine
Nazionalità: GB, 2017
Durata: 111′
Interpreti: Imelda Staunton, Timothy Spall, Celia Imrie, David Hayman,

LA TERZA ETÀ E IL “SECONDO TEMPO” DELLA VITA

Quando Sandra scopre che suo marito, campione di tennis e di rispettabilità, la tradisce da anni con una presunta amica, cerca rifugio a casa della sorella Elizabeth, detta Bif, che non frequenta da tanto tempo. Bif conduce una vita molto diversa da quella di “Lady” Sandra e cerca di godersi la vecchiaia con gli amici di un corso di ballo. Sandra, inizialmente diffidente e chiusa nel proprio dolore, scoprirà con loro la possibilità di riprendere il controllo della propria vita e dei propri desideri…

Ultima, brillante testimonianza di quel “cinema dai capelli bianchi” che per quantità di titoli e ricchezza di sfumature appare ormai quasi come un genere a sé stante, Ricomincio da noi, pellicola inaugurale del 35mo Torino Film Festival, affronta con tipico humour inglese il tema della “terza età” inquadrandolo nel “secondo tempo” della vita. Una storia semplice, quella di Ricomincio da noi, ma ricca di umanità, nella quale la strada per ritrovare sé stessi passa attraverso la pista da ballo di un quartiere popolare di Londra, dove, all’insegna del “non è mai troppo tardi” si incontrano anziani ma vivaci danzatori. L’attenzione partecipe al contesto sociale, come nella migliore tradizione del cinema britannico, fa da substrato alle vicende, mentre una solida coralità attoriale fa da cornice alle prestazioni convincenti dei due protagonisti, la ricca signora caduta in disgrazia e il restauratore di mobili che vive su una barca ormeggiata sul Tamigi: e cioè Imelda Staunton, Coppa Volpi a Venezia per Vera Drake, e Timothy Spall, miglior attore a Cannes per Mr Turner, entrambi diretti da Mike Leigh. A loro, nei panni, dell’effervescente sorella della donna, autentico spirito libero e “alternativo”, si aggiunge Celia Imrie, in una efficace triangolazione familiare e sentimentale. Incontro di solitudini che riescono a farsi comunità, Ricomincio da noi arriva così a spolverare le senili amarezze del passato per dipingere il futuro di fresca,
giovanile vitalità. Con una critica, sottile e pungente, alla upper class londinese, protetta ma allo stesso tempo prigioniera nei suoi eleganti salotti.

MISTERO A CROOKED HOUSE

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 13/02/18

Regia: Gilles Paquet-Brenner
Nazionalità: GB, 2017
Durata: 90′
Interpreti: Glenn Close, Terence Stamp, Max Irons, Gillian Anderson

GLI SCOMODI SEGRETI DI UNA RICCA FAMIGLIA INGLESE

Il detective Charles Hayward viene reclutato da una sua ex “fiamma”, Sophia Leonides, per trovare il colpevole dell’omicidio di suo nonno Aristides, ricco patriarca, prima che Scotland Yard porti a galla scomodi segreti di famiglia. Circolando per il maniero del defunto, abitato dai figli, dalle loro famiglie e dalla giovane seconda moglie, Charles si accorge presto che ciascuno di loro può essere sospettato del crimine, per qualche ragione, compresa Sophia stessa…

Mistero a Crooked House comincia come un hard boiled alla Hammett, con la figura di un detective che non lavora ad un caso da troppo tempo e che ha bisogno di pagare le bollette e ritinteggiare le pareti umide del suo ufficio buio e mesto. In questo romanzo, che è uno dei titoli a cui Agatha Christie ha voluto più bene, dei tantissimi che ha partorito in carriera, la scrittrice britannica ha portato a livello di virtù la sua abilità nella descrizione sociocaratteriale, concentrando nel suo “giallo” spaccati umani molto differenti, per psicologia e apparenza, dentro una precisa unità di ambiente. Proprio come in una casa di bambole, di quelle d’epoca vittoriana, dove chi gioca muove persone e oggetti come una piccola burattinaia o un narratore onnisciente, che tutto conosce e tutto può. Gilles Paquet-Brenner agisce esattamente con lo stesso spirito, armi del cinema alla mano: ogni personaggio è un mondo a sé stante, con la sua scenografia, i suoi colori, la sua musica, il suo “genere” di appartenenza. Il risultato è una ricognizione assai efficace, dove ci si intriga ad aprire le tante porte di casa e ad affacciarsi sui diversi mondi in miniatura dell’antico castello in cui vivono i protagonisti. Provando, insieme al detective Hayward, a non farsi circuire dal fascino scintillante della nobiltà e a inchiodare l’assassino. Chiunque esso sia.

THE BIG SICK

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 20/02/18

Regia: Michael Showalter
Nazionalità: Usa, 2017
Durata: 119′
Interpreti: Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher

QUANDO L’AMORE AVVICINA LE CULTURE

Kumail è un giovane di origini pakistane che di giorno, a Chicago, fa l’autista per Uber e la sera si esibisce sul palcoscenico di un piccolo club trasformandosi in comico e cercando di farsi notare da un noto talent scout. Qui, dopo un suo monologo, fa la conoscenza di Emily, bionda e disinvolta studentessa di psicologia. Da quell’incontro nasce una relazione, ostacolata però dalle differenze tra le rispettive culture di appartenenza. Kumail è diviso tra le sue radici e i suoi sentimenti, Emily invece viene colpita da una grave infezione che la trascina d’urgenza in ospedale…

C’è un evidente vissuto in prima persona, nella vicenda di Kumail ed Emily, un percorso artistico e di vita che vede i due sceneggiatori di The Big Sick, i coniugi Kumail Nanjiani ed Emily Gordon, immettere se stessi nella finzione cinematografica (lui indossando anche i panni del protagonista del film), facendo ritrovare allo spettatore una freschezza genuina di situazioni e contesti, arricchita da un’efficace spontaneità dei dialoghi, pimpanti e talvolta caustici. Basato dunque su una storia vera, il tragitto realmente compiuto dalla coppia viene così restituito, sullo schermo, in una commedia romantica con sottofondo interraziale che non fa fatica ad imporsi sullo spettatore per brio e spigliatezza: tipico prodotto indie, che ha spopolato al Sundance e a Locarno ha vinto il premio del pubblico, The Big Sick è un film racchiuso in angusti spazi fisici, ma aperto sentimentalmente al mondo, spalancato su un contagioso happy end grazie ad un amore cristallino, capace di colmare ogni lacuna. Un amore su cui il film di Michael Showalter sparge zucchero a velo, ma lasciando che sotto la scorza della romantic comedy affiorino le tensioni multietniche, un disagio esistenziale che non fa distinzione tra i colori della pelle, una ricerca di affermazione  che, nel Paese delle mille opportunità, se fallita, si trasforma in pericolosa emarginazione.

LOVELESS

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 27/02/18

Regia: Andrey Zvyagintsev
Nazionalità: Russia, 2017
Durata: 128′
Interpreti: Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva

LO SPAESAMENTO DI UN’INTERA NAZIONE

Una coppia sta per divorziare e ha già messo in vendita l’appartamento di Mosca in cui vive. Entrambi, marito e moglie, hanno avviato da tempo nuove relazioni sentimentali, e nessuno dei due coniugi sembra mostrare interesse per il figlio di dodici anni. Il quale, trattenendo a stento rabbia e dolore per l’imminente separazione dei genitori, un giorno, tornando da scuola, scompare…

Premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes, teso, sorretto da un’ottima regia, metafora non solo di un solitario disagio affettivo ma anche dello spaesamento di un’intera nazione, richiusa ostinatamente su se stessa e sospesa tra antichi retaggi culturali e rovinose aperture alla modernità, Loveless, coerentemente con la scelta di un simile titolo, genera nello spettatore una sofferenza autentica, ponendosi come veemente richiamo alla distensione individuale, relazionale, sociale e, di riflesso, politica. Un film equilibratissimo, quello del russo Zvyagintsev, che si inserisce nella filmografia dell’autore de Il ritorno (esordio folgorante e Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2003) come uno dei punti più alti in assoluto, e che a giudizio di molti, presenti sulla Croisette lo scorso maggio, avrebbe meritato di salire ancora più in alto nella griglia dei vincitori di Cannes 2017. “L’unico modo per uscire dall’indifferenza in cui siamo piombati”, ha detto Zvyagintsev, “è di dedicarsi agli altri, anche a perfetti sconosciuti, come fa nel mio film il coordinatore dei volontari che si getta alla ricerca del ragazzino scomparso, senza alcuna promessa di ricompensa, come se quell’atteggiamento fosse il vero significato della vita, dando senso e pregnanza a ciascuno dei suoi gesti. Ecco, questo è l’unico modo per combattere il disordine del mondo e la sua disumanizzazione”.

MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO

gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 06/03/18

Regia: Armando Iannucci
Nazionalità: Usa, 2017
Durata: 106′
Interpreti: Steve Buscemi, Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Jason Isaacs

UNA FARSA SCATENATA SULLA FOLLIA DEL POTERE

La sera del 28 febbraio del 1953 Radio Mosca diffonde in diretta il “Concerto per pianoforte e orchestra n.23” di Mozart. Toccato dall’esecuzione che ascolta nella sua dacia di Kountsevo, Joseph Stalin domanda una registrazione. Ma nessuna registrazione era prevista per quella sera. Paralizzati dalla paura, direttore e orchestra decidono di ripetere il concerto. Tutti tranne Maria Yudina, la pianista che ha perso famiglia e amici per mano del tiranno. Convinta a suon di rubli, cede, suona e accompagna il disco con un biglietto insurrezionale. L’orchestra si vede già condannata al gulag. Ma l’indomani Stalin è moribondo. Colpito da ictus, muore il 2 marzo scatenando un conflitto feroce per la successione tra i membri del Comitato centrale del Pcus…

Scritto e diretto da Armando Iannucci, rodato specialista della satira politica, Morto Stalin, se ne fa un altro è una farsa scatenata in cui si mescolano vero-falso racconto storico e cattivi di grande fattura. Niente eroi, soltanto una gerarchia violenta guidata da una sete di potere annegata nella vodka. Quello che si giocò dopo il 2 marzo 1953 è una lotta senza esclusione di colpi (bassi) per il potere vibrati da assassini senza scrupoli in assenza di qualsivoglia ideologia. Da Steve Buscemi a Michael Palin, passando per Jeffrey Tambor e il vanitoso generalissimo di Jason Isaacs, tutto funziona, rilasciando una buona dose di humour nero. Nondimeno i fatti, comici o surreali, per la più parte veri, donano alla storia la verosimiglianza e al film una certa gravità. La scena del concerto al debutto del film ne è il perfetto esempio, traducendo la misura del rischio in cui si incorreva: la tortura, la morte, la deportazione. Navigando tra scelte finzionali ed eventi reali, Iannucci vira il grottesco al tragico e l’assurdo diventa implacabile. Dipingendo un’élite politica fanatica e caricaturale.

SIERANEVADA

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 13/03/18

Regia: Cristi Puiu
Nazionalità: Romania, 2016
Durata: 173′
Interpreti: Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru

UNA FAMIGLIA SPECCHIO DELLA ROMANIA DI OGGI

Bucarest, tre giorni dopo l’attacco a Charlie Hebdo a Parigi. Sono trascorsi quaranta giorni dalla morte di suo padre e il dottor Lary raggiunge i propri familiari per una cerimonia commemorativa in casa della madre. Tra i presenti emergono, sempre più evidenti, tensioni di varia natura…

Presentato in concorso a Cannes nel 2016, Sieranevada è un dramma da camera capace di toccare molte corde emozionali, un valzer di confessioni individuali e collettive che parte da una “assenza” ristretta al nucleo familiare e conduce lo spettatore ad una “mancanza” generale di punti di riferimento. Le continue ondulazioni dialettiche, che svelano conflitti e tensioni interni al gruppo di familiari, lasciano però anche trapelare desideri e passioni. Amarezze, disillusioni e fallimenti, nel lungometraggio di Cristi Puiu, vengono temperati dall’ironia, in un intarsio di sceneggiatura ben calibrato, con la fede a tentare di riempire, pur con numerosi dubbi e ritrosie diffuse, il vuoto pneumatico lasciato alla popolazione dal regime di Ceausescu e colmato solo apparentemente da un capitalismo posticcio. Come in un’osservazione corale di stampo altmaniano, Sieranevada, nonostante le quasi tre ore di durata, riesce a tenere incollato il pubblico alle vicende narrate, invitandolo idealmente a sedere alla tavola imbandita insieme al dottore e ai suoi parenti. Grazie ai fluidi movimenti della macchina da presa, Puiu si dichiara fin da subito come colui che spia e ci fa spiare uno spaccato di società, sul quale lascia poi a noi il compito di esprimere un giudizio. Chiedendoci cioè se la negazione sistematica della realtà imposta da un regime ormai relegabile nel passato abbia avuto così tanta forza da protrarre la sua influenza sul presente, oppure se l’oggi non sia stato capace di produrre validi anticorpi accontentandosi della morte del Padre della Patria come se ciò fosse sufficiente.

THE PARTY

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 20/03/18

Regia: Sally Potter
Nazionalità: GB, 2017
Durata: 75′
Interpreti: Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Patricia Clarkson, Bruno Ganz

UNA TRANQUILLA SERATA DI CINISMO E BUGIE

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell’arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino…

La ricchezza linguistica di The Party inizia già dal titolo, squisito doppio senso in lingua inglese che l’italiano deve scindere fra “partito” e “festa”. Il primo significato è il motivo per l’esistenza del secondo, quale celebrazione di una vittoria ottenuta senza scadere nei compromessi. Sally Potter, generosa a specchiare l’alter ego in ciascuno dei propri personaggi, non fa eccezione per questa nuova fatica cinematografica, setacciando fra i “magnifici 7” pregi e virtù di una personalità profondamente complessa. A differenza di parecchi suoi film, The Party è una commedia, che vibra di arguzia e cinismo come da miglior manuale di humour britannico. Costruita su unità spazio-temporale e in tempo reale, si avvicina con evidenza ai canoni teatrali basandosi su un uso magistrale della parola. Non lontano da stile e tematiche di Harold Pinter, in realtà porta sullo schermo un testo completamente frutto del talento della Potter, che ha intessuto una raffinatissima sceneggiatura dove ogni elemento è “segno” funzionale al tutto, dunque essenziale e indispensabile. Esplosiva e seducente, la materia riflette criticamente sulla stringente attualità socio-politico-culturale del Regno Unito, ampliando tuttavia gli orizzonti a una denuncia valoriale generalizzata dell’Occidente tutto. Rimandando ad opere cinematografiche costruite su territori similari, fra tutti il Carnage firmato da Roman Polanski.

MAL DI PIETRE

Gli Invisibili
Sala Pastrone
Martedì 27/03/18

Regia: Nicole Garcia
Nazionalità: Francia, 2016
Durata: 116′
Interpreti: Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan

IL DESTINO DI UNA DONNA TRA AMORE E SOFFERENZA

Anni Cinquanta. Gabrielle vive in un piccolo paese nel sud della Francia. Vedendola presa da passioni che ritengono sconvenienti, i genitori la fanno sposare con José, un gentile e onesto contadino spagnolo, sperando che questo la induca a comportarsi come si vorrebbe. Quando però si ritrova affetta da calcoli renali e viene inviata in una casa di cura sulle Alpi, Gabrielle incontra un ufficiale che ha combattuto in Indocina e se ne innamora. Da quel momento il suo pensiero e i suoi sentimenti sono rivolti solo a lui. Saranno le situazioni della vita a decidere cosa ne sarà del suo desiderio…

Nicole Garcia ha deciso di adattare il romanzo di Milena Agus attratta, per sua stessa dichiarazione, dall’idea di quello che può essere il destino di una donna. Nel corpo e negli sguardi che Marion Cotillard regala al suo personaggio si legge tutta la sofferenza interiore di una donna che, negli anni Cinquanta, attende quella liberazione femminile che seguirà solo nel decennio successivo e di cui ci viene data testimonianza nella situazione familiare della sorella. Ma Mal di pietre non è solo un film di una donna (regista) su una donna (personaggio e attrice), perché il ruolo del marito José viene trattato con pari attenzione e, si potrebbe quasi dire, tenerezza. Dinanzi alla domanda se abbia fatto la guerra lui risponderà che l’ha vista. Questa risposta vale su un piano storico per la Guerra civile spagnola, ma è anche applicabile al conflitto che ha visto scatenarsi nella sua compagna e al quale non ha voluto partecipare come belligerante geloso scegliendo piuttosto il ruolo di persona in grado di capire pur soffrendo. Questa capacità di entrare nell’intimo dei personaggi passando dalla pelle al pensiero è la forza del film della Garcia, che lo salva anche dal rischio del mélo fine a se stesso portandolo a un livello decisamente superiore.

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